Midgard editrice

Cinque casi capovolti

di Massimo Renaldini.

 

Caso 1: Lessie

Il cadavere dell’uomo era sul parquet, disteso in una posizione innaturale, sopra a una macchia di sangue scuro. Indossava un abito beige, elegante ma a buon mercato. Lì vicino, sul pavimento della sala, c’era anche un cappello color caffè.

La causa della morte non era difficile da individuare: l’uomo, di mezza età, aveva un coltellaccio da cucina infilato per almeno quattro dita nella schiena.

Il detective Spezzalini fumava un cigarillo stando bene attento a non far cadere la cenere per terra, per non inquinare la scena del delitto. Mentre un poliziotto isolava la porta di ingresso con del nastro bianco e rosso, Spezzalini stava scuotendo quasi impercettibilmente la testa: i casi peggiori non erano mai quelli senza indizi, perché prima o poi una traccia o un testimone si trova. Le “bestie nere” (così le chiamava lui) erano quelli dove l’indicazione è palese quanto un monolito di Carnac.

Ecco, proprio come ora.

Il morto, evidentemente prima di tirare le cuoia, si era trascinato per la sala e aveva scritto col proprio sangue una parola sul pavimento.

L’investigatore fece qualche passo per avvicinarsi alle lettere vermiglie, senza pestarle, poi inclinò la testa per rileggerle:


LESSIE

Dubitava che l’assassino fosse il famoso protagonista della serie televisiva (prima di tutto perché non si scriveva esattamente così, e comunque doveva essere morto da almeno un decennio… e soprattutto perché quello era un cane!).

Nel piccolo paese di Tollbury non viveva nessun “Lessie”, né umano né animale. E Spezzalini aveva già fatto controllare tutti i parenti e gli amici (almeno quelli noti) del cadavere: nessuno aveva questo nome o soprannome (se non altro per quello che potevano saperne gli sbirri o gli occhi privati).

Ecco perché Cyrus Spezzalini odiava i casi “semplici”: perché un indizio troppo evidente può condurre in decine di direzioni diverse. Oppure a nessuna.

Poteva essere una traccia fasulla, magari scritta proprio dall’omicida? Certo, ma avrebbe avuto senso fermarsi nel luogo del delitto, imbrattare le dita di un cadavere ancora caldo, per scrivere un nome privo di significato, solo per provare a sviare le indagini? Mah, pareva una congettura un po’ traballante: l’indizio sembrava vero.

Il poliziotto tossì con veemenza e Spezzalini fu richiamato al presente. Lo sapeva che in centrale odiavano i suoi piccoli sigari puzzolenti. Ma da stamattina tutti gli effettivi erano impegnati con la grande rapina alla banca provinciale e così qui avevano mandato lui, un detective privato che ogni tanto collaborava con la polizia. Aveva ancora un vecchio tesserino da sbirro: teoricamente gli era stato ritirato, ma casualmente gliene era rimasto uno, e la gente come faceva a sapere che non valeva più?


Ci fu un altro colpetto di tosse, ma questa volta era diverso: non era per le esalazioni acri del piccolo Avana, ma piuttosto per richiamare la sua attenzione.

«Io qui avrei finito» mormorò il giovane agente.

Cyrus lo osservò, valutando che questa doveva essere una delle sue prime missioni sul campo: sembrava una recluta e aveva utilizzato tre interi rotoli di nastro, impiegandoci almeno mezz’ora, mentre i suoi colleghi più esperti avrebbero usato al massimo mezzo rocchetto, isolando la casa in quaranta secondi.

«Vai pure ragazzo: aspetto io il medico legale» e il poliziotto non se lo fece ripetere e sgattaiolò fuori dopo un cenno del capo.

Sarà andato anche lui a Flaith ad indagare sulla rapina, pensò Spezzalini in una nuova nuvola di fumo. Come biasimarlo? Non era da tutti i giorni avere la banca principale della regione svaligiata da Gamba-di-Legno in persona, il famoso bandito, omonimo dell’avversario di Mickey Mouse. Ma, a differenza del malfattore Disney, questo aveva davvero un arto di legno: quasi fosse uscito da una scena di Moby Dick, il più noto rapinatore di banche del paese sembrava quasi un vecchio pirata!

Gli manca solo la benda sull’occhio, ironizzò l’investigatore tra sé, e magari anche il pappag…Cyrus interruppe i propri pensieri: cos’erano quelli?

Il pavimento dell’anticamera di ingresso, dove era appena passato il giovane poliziotto per uscire, era composto da vecchia moquette bruna, abbastanza sdrucita. Il sole stava tramontando, la luce era gialla e intensa: sul tessuto peloso del corridoio si vedevano dei piccoli segni tondi, larghi quanto un bicchiere da vodka, dove il vecchio manto era stato pestato da qualcosa di pesante. Circa ogni mezzo metro. Sembravano proprio passi.

Passi di un uomo con una gamba di legno!


Estratto dal volume “Cinque casi capovolti” di Massimo Renaldini, Midgard Editrice.


Vincitore del Premio Midgard Narrativa 2016.

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