Midgard editrice

Intervista a Calogero Curabba

autore del volume “Accordo di infinito”, edito nella Collana Poesia della Midgard Editrice.

Buongiorno, parlaci della tua opera, come nasce?

Questa raccolta di versi, ma più in generale, ogni mio scritto, trae ispirazione dagli affetti, dalle cose, dalla loro trasformazione o dalla loro perdita ed è per sottrarmi ad una sorta di nichilismo che nasce il bisogno di dire, di dirsi in una forma …quella poetica, per superare l’immersione nel senso comune in cui tutti parlano e nessuno parla (dice). È il tentativo di una riconversione del senso e del significato dell’esistere secondo il dire poetico.

Quali sono le tematiche più importanti del libro?

Ciò che attraversa queste poesie è la separazione, l’interruzione dei legami coi luoghi, le persone, le cose, una tensione dalle domande come uno spazio aperto che non ha conclusione giacché viviamo in un accordo di infinito anche se vediamo solo il finito, l’angolo di incidenza della nostra esperienza dalla quale pure scrivo. È il pensiero-sentimento che deve confrontarsi con una diade spietata: kronos: tempo cronologico, quantitativo e kairos, il tempo interiore, qualitativo e in questa possibilità di senso il segno della scrittura diventa, almeno per me, una risorsa, una messa in atto di una mappa da seguire. Accade prima nella parola ciò che ci cambia, una previsione del dolore, della contraddizione, la parola che vuol essere atto, storia e non sempre stana la realtà.

Ci sono poeti contemporanei o antichi che ispirano in modo particolare la tua opera?

I poeti che mi hanno accompagnato e che sento più prossimi sono Pavese, Montale, Sereni, Fortini e ancora Silvia Bre, Pasolini, Raboni, Pizarnik. Ma probabilmente questa enumerazione d’autori ha solo un carattere soggettivo, una trincea aperta dove il linguaggio è sempre fluido, diverso da ogni fonte magistrale.

Qual’è il rapporto fra il tuo essere poeta e la vita di tutti i giorni?

La poesia ha una relazione intima con la vita quotidiana, con chi scrive, come potrebbe essere diversamente? Mi restituisce il senso di cura per la parola, per le cose e la vita stessa ormai mercificata; forse la riscoperta del valore sacrale (inteso in senso non chiesastico o assolutamente religioso) di ciò che facciamo, un mirino contro la realtà delle abitudini, del sonno e della veglia.

Calogero Curabba, “Accordo di infinito”

 

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